Per la pace, per togliere la parola alle armi

MARCIA PERUGIASSISI. Se stiamo dalla parte delle vittime, se abbiamo a cuore le vite degli ucraini e le sorti dell’umanità, non abbiamo che una scelta. Primo: fermare l’escalation. Secondo: fermare la guerra! Il problema è che molti si sono arresi alla violenza e restano intrappolati nello schema della guerra

L’autore è coordinatore dei Comitati promotori della Marcia PerugiAssisi

Domani con migliaia di persone ci rimetteremo in cammino da Perugia ad Assisi. Con le lacrime agli occhi e il cuore a pezzi. Certe cose non si possono vedere. Corpi innocenti di donne, uomini, bambini, anziani, ammalati ucraìni straziati, trucidati da bombe, cannonate, missili, mitragliatrici, mine e armi di ogni genere. Corpi abbandonati per le strade, insacchettati in buste nere di plastica. Interrati. Corpi feriti, mutilati, fasciati. Sangue. tanto tanto sangue da rabbrividire.

Volti stravolti di persone incredule e disperate, costrette a sopravvivere e a sopportare il peso immenso del dolore di chi resta senza più nessuno. Fosse comuni, croci, cimiteri improvvisati nel giardino sottocasa, campi spianati per preparare il terreno alla lunga fila di viventi che i facitori della guerra hanno già pianificato di ammazzare. Come fai a non piangere davanti a questa spaventosa sequenza di morte? Viviamo in una società che, giorno dopo giorno, ha indurito i cuori di molti, intenti a difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E fatichiamo a piangere, a «patire con», a sentire com-passione. Per questo alcuni si sono fatti prendere dall’euforia della guerra giusta. Eppure queste sono le ore del pianto: per tutti quelli che la guerra ci sta portando via, per chi resta sotto le bombe, per chi è riuscito a scappare e per tutti quelli che già stanno pagando le spaventose conseguenze di questa, l’aggressione della Russia di Putin, e di tante altre tragedie. Confesso che spesso ho voglia di sedermi accanto a loro. Con lo sguardo abbassato e la testa tra le mani. In silenzio. Senza dire una parola. Per sentire con loro le grida e l’angoscia per quello che stiamo vivendo.

Ma questo è il tempo di alzarsi in piedi, di scuotersi, di abbandonare ogni atteggiamento remissivo, rassegnato, passivo e di prendere in mano le redini del nostro destino. Per questo, abbiamo deciso di organizzare questa nuova marcia. Per offrire a tutte le donne e gli uomini di buona volontà un’occasione per reagire a questo impazzimento generale che sta mettendo fine alla (nostra) pace. Prima di essere la marcia per la pace, la PerugiAssisi è una marcia per la vita. La vita buona, quella delle persone che si prendono cura reciprocamente, sempre con un’attenzione per gli altri, vicini e lontani, per quelli che ci sono e per quelli che verranno e che, per questo, hanno cura del pianeta, delle risorse naturali, che si accontentano di una vita dignitosa e rifiutano quella competizione selvaggia che ci ha messo tutti contro tutti.

Vogliamo vivere! Per questo piangiamo e ci vergogniamo di quello che sta succedendo. Domani lo grideremo in tanti: vergogna! Questo massacro si poteva e si doveva impedire. Avevamo tutti gli strumenti per farlo e non li abbiamo utilizzati. E’ una vergogna! Per otto lunghi anni abbiamo lasciato che la guerra in Ucraina facesse il suo corso e dal 24 febbraio, l’aggressione russa, siamo costretti ogni giorno a fare i conti con la sua micidiale escalation. Che fare? Se stiamo dalla parte delle vittime, se abbiamo a cuore le vite degli ucraini e le sorti dell’umanità, non abbiamo che una scelta. Primo: fermare l’escalation. Secondo: fermare la guerra! Il problema è che molti si sono arresi alla violenza e restano intrappolati nello schema della guerra. Con la Marcia PerugiAssisi noi vogliamo promuovere la nascita di un movimento di cittadini che, insieme con Papa Francesco, giorno dopo giorno, appendendo una bandiera dal balcone o scendendo per le strade, di quartiere in quartiere, di città in città spinga i governanti ad imboccare la via della pace.

La via della pace esiste. La pace è la via. Percorrerla oggi è più difficile di ieri. Ma non è impossibile. Gli ucraini chiedono armi, armi, armi. Hanno il diritto di difendersi e di resistere all’invasione russa. Ma noi cosa dobbiamo fare? Dal 2014, per otto lunghi anni, abbiamo riempito l’Ucraina di armi e abbiamo trasformato il suo esercito. Con quali risultati? Invece di proteggere gli ucraini dal flagello della guerra abbiamo buttato altra benzina sul fuoco e oggi non sappiamo più come spegnere l’incendio. Anzi. Coltiviamo l’illusione della vittoria militare sul campo aumentando a dismisura le vittime, le distruzioni e il rischio della catastrofe nucleare.

Assistiamo al suicidio della politica. Aver affidato alle armi le sorti dell’Ucraina, dell’Europa, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, della libertà, della democrazia e della pace nel mondo è quanto di più folle si potesse fare. Domani, vigilia della Festa della Liberazione, marceremo da Perugia ad Assisi per togliere la parola alle armi e ridarla alla politica. Una politica nuova, una politica di cura, di pace e nonviolenza basata sul diritto internazionale dei diritti umani, sul disarmo e sulla consapevolezza che un mondo ormai globalizzato, frammentato, sottoposto a grandi sfide comuni richiede il passaggio dalla competizione selvaggia alla cura reciproca, dall’economia di guerra all’economia della fraternità, dalla sicurezza armata alla sicurezza comune.
Pensando in primo luogo all’Ucraina ma anche a tutte le guerre che impazzano indisturbate nel mondo, ci muoveremo sui passi di San Francesco, di Aldo Capitini, di Giorgio La Pira, di don Tonino Bello, di p. Ernesto Balducci e di tante donne che praticano la cura degli altri ogni giorno, rilanciando il grido di Papa Francesco: Fermatevi! La guerra è una follia.

L’autore è coordinatore dei Comitati promotori della Marcia PerugiAssisi
Articolo tratto dal
ilmanifesto.it

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