Reportage TPI – Viaggio in Borena dove non piove da sei anni: ecco da dove partono i migranti climatici

Fana ha 16 anni e Jemal 18. Vivono nel sud dell’Etiopia e lottano ogni giorno contro la siccità. Qui non piove da sei anni. Il bestiame è morto e migliaia di persone sono costrette a rifugiarsi nei campi profughi. Molti non hanno alternativa che venire in Europa

di Valerio Nicolosi

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12 Lug. 2024 alle 15:18 – Aggiornato il 25 Lug. 2024 alle 11:51

«Studio inglese perché devo andare via. Qui la vita non ha senso per noi». Fana ha sedici anni, quando la incontriamo sono le undici del mattino e sta scavando con una pala sotto il sole da almeno due ore. Lei e le altre sessanta persone si muovono senza sosta, come se fossero una colonia di formiche all’opera per il nuovo formicaio. Loro invece scavano quella che sembra una grande piscina di terra e che invece è una trincea per la guerra che stanno combattendo da sei anni, quando la pioggia ha smesso di cadere, la terra si è seccata e stagione dopo stagione, ha trasformato una regione verde in un’area arida.
La trincea che Fana e gli altri costruiscono non servirà a nascondersi dal nemico ma ad imprigionarlo appena si paleserà: un grande bacino idrico comunitario dove raccogliere l’acqua piovana. 
Fame, sete e instabilità
Fana vive nella regione di Borena, nel sud dell’Etiopia al confine con il Kenya.  Il problema qui è l’acqua, anche se arrivando in aereo non si direbbe: Arba Minch, la città che con il suo aeroporto fa da hub per tutto il sud e che in amarico significa “quaranta fonti”, è una città circondata dal verde e dal grande Lago Margherita, nome che ricorda l’infausto periodo coloniale italiano.
Ma l’Etiopia è grande, spesso viene definito “paese continente” e tra Arba Minch e Higo, dove vive Fana, ci sono almeno otto ore di macchina. Mentre percorriamo la strada e i chilometri scorrono fuori il finestrino, vediamo che il verde delle piante lascia il passo al rosso della terra, quella che Fana e gli altri stanno scavando.
Scavare il bacino idrico è indispensabile per il futuro ma è anche un modo per sostenersi dopo sei anni di siccità totale nei quali sono morti l’80 per cento degli animali della zona, soprattutto capre, mucche e dromedari. «Questa popolazione vive di pastorizia da secoli e perdere quasi tutti gli animali è stato uno shock senza precedenti non solo economico ma anche culturale», ci racconta Marcello Malavasi, capo missione in Etiopia dell’ong italiana CESVI, che da oltre un anno sta seguendo proprio il campo profughi di Higo. «Prima vivevano in micro villaggi in comunità con meno di cento persone, tutti avevano l’acqua e tutti avevano il bestiame, poi gli animali sono morti uno ad uno e anche le persone sono al limite di una carestia senza precedenti», racconta ancora Malavasi.

La sua ong insieme alla Cooperazione italiana hanno scavato un pozzo dal quale una pompa tira su quello che resta della falda acquifera e per i lavori comunitari hanno un progetto di “cash for work”, ovvero lavoro retribuito per le opere comunitarie, come il bacino idrico. «Hanno bisogno di lavoro ma anche di infrastrutture, se tutti vanno via non ci saranno né il bacino idrico né il grande pascolo che stiamo progettando. Se è vero che questa è una guerra contro il clima, devono farsi trovare preparati e quindi abbiamo deciso di investire una parte del budget sul loro lavoro qui». 

«Noi vivevamo bene, i miei figli andavano tutti a scuola e non avevamo problemi di cibo. Da tre anni invece abbiamo dovuto scegliere e abbiamo scelto Fana perché è la maggiore e la più studiosa, spero che un giorno possa avere un buon lavoro in Europa e aiutare i suoi fratelli», spiega Eba, la madre di Fana che ci ha raggiunto al bacino idrico. Anche Eba lavora, così come il marito e i fratelli di Fana, c’è bisogno di soldi per il cibo e per la scuola, che da queste parti è un investimento. Oggi, come dice Eba, non è possibile farlo per tutti e sette i figli, a sedici anni Fana ha una grande responsabilità e un destino segnato: partire, come i migliaia di giovani che ogni anno provano la lunga marcia dal Corno d’Africa, spinti dalla fame, dalla sete ma anche dalle bande armate e dall’instabilità politica.

“Svolta green”
Il premier etiope Abiy Ahmed Ali ha vinto il Nobel per la pace nel 2019 a seguito di un accordo storico con l’Eritrea, Paese da sempre rivale ma con il quale c’è ancora tensione per la regione del nord dell’Etiopia, il Tigray, che si trova al confine tra i due Stati e dove in questo momento c’è una guerra scatenata proprio da Abiy Ahmed Ali per reprimere le velleità indipendentiste.
A est invece le tensioni arrivano dalla Somalia, Paese fallito dove tra le bande che si contendono il territorio c’è anche al-Shabab, l’organizzazione affiliata ad al-Qaeda che rapì Silvia Romano. La zona di confine è una di quelle da evitare assolutamente.

Articolo tratto da https://www.tpi.it/

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